Reclamo al magistrato di sorveglianza

Il reclamo al magistrato di sorveglianza non e' un esposto: si svolge in contraddittorio con l'amministrazione e si conclude con una decisione che deve essere eseguita.

▶ Risposta diretta

Il magistrato di sorveglianza è il giudice della pena mentre la si sconta. Decide su misure alternative, permessi, liberazione anticipata, e sul reclamo contro le decisioni dell'amministrazione penitenziaria.

Il reclamo giurisdizionale è lo strumento con cui un detenuto fa valere la lesione di un proprio diritto — non un semplice esposto: si conclude con una decisione che l'amministrazione deve eseguire.

È anche la sede in cui si fanno valere le condizioni detentive inumane, con rimedi che possono tradursi in una riduzione della pena o in un indennizzo.

Avv. Massimo RomanoAvvocato penalista cassazionista

Ordine degli Avvocati di Napoli n. 14553 · Albo Speciale per il patrocinio in Cassazione dal 23 ottobre 2015 ·

Che cos'è il reclamo giurisdizionale?

La distinzione da tenere ferma è fra segnalazione e reclamo, perché produce esiti completamente diversi.

Il detenuto può rivolgersi all'amministrazione con istanze e osservazioni: sono strumenti utili ma privi di forza cogente, e la risposta — quando arriva — non è vincolante. Il reclamo giurisdizionale è cosa diversa: si propone al magistrato di sorveglianza, si svolge in contraddittorio con l'amministrazione, e si conclude con una decisione che deve essere eseguita.

Presuppone l'attualità e gravità del pregiudizio a un diritto: non basta lamentare un disagio o una scelta organizzativa opinabile, occorre indicare quale diritto sia leso e in che modo. È il punto in cui la maggior parte dei reclami scritti senza assistenza si perde, perché descrive una situazione senza qualificarla.

Le materie ricorrenti sono lo spazio detentivo e le condizioni materiali, l'assistenza sanitaria, i colloqui e i contatti con i familiari, la corrispondenza, il lavoro e le attività trattamentali, i trasferimenti, le sanzioni disciplinari.

Che cosa si ottiene per condizioni detentive inumane?

È l'area in cui il reclamo ha prodotto gli effetti più concreti, e va conosciuta perché i rimedi non sono simbolici.

Quando la detenzione si svolge in condizioni contrarie agli standard che vietano trattamenti inumani o degradanti — e lo spazio disponibile è il parametro più ricorrente, insieme a illuminazione, areazione, accesso ai servizi e ore fuori dalla cella — il detenuto può chiedere un rimedio.

Il rimedio può consistere in una riduzione della pena da espiare, proporzionata al periodo trascorso in quelle condizioni, oppure, quando la riduzione non sia possibile perché la detenzione è cessata o la pena residua è insufficiente, in un indennizzo economico.

Il presupposto pratico è la prova, e qui si decide tutto: servono l'individuazione precisa dei periodi e degli istituti, la documentazione sullo spazio effettivamente disponibile, gli elementi sulle condizioni materiali. È attività che richiede accesso a dati in possesso dell'amministrazione, ed è la ragione per cui un reclamo redatto senza assistenza tecnica raramente regge, anche quando la situazione sostanziale sarebbe fondata.

Entro quando si propone e che cosa fare subito?

Il reclamo ha termini e forme, e l'informalità che caratterizza il rapporto con l'amministrazione non vale davanti al giudice.

Il reclamo va proposto entro un termine decorrente dalla conoscenza del provvedimento o del fatto lesivo, va indirizzato al magistrato di sorveglianza competente in relazione all'istituto, e deve indicare il diritto leso, il pregiudizio, e ciò che si chiede. Contro la decisione è previsto un ulteriore rimedio.

Le tre cose da fare subito sono: datare e documentare il fatto lesivo appena si verifica, perché ricostruirlo mesi dopo è quasi impossibile; conservare copia di istanze e risposte, che dimostrano di aver percorso la via interna; e coinvolgere un difensore, perché il reclamo si svolge in contraddittorio con un'amministrazione che ha propri strumenti tecnici.

Va aggiunto un profilo pratico per le famiglie: molte lesioni riguardano i contatti — colloqui negati o ridotti, corrispondenza trattenuta, telefonate non autorizzate — e sono precisamente quelle che il detenuto tende a non segnalare per non creare problemi. È utile che i familiari sappiano che esiste uno strumento, e che usarlo è un diritto.

Tabella 1 — Istanza all'amministrazione e reclamo giurisdizionale
ProfiloIstanzaReclamo giurisdizionale
A chi si rivolgeAmministrazione penitenziariaMagistrato di sorveglianza
ContraddittorioNoSi, con l'amministrazione
EsitoRisposta non vincolanteDecisione che deve essere eseguita
PresuppostoNessuno particolareAttualita' e gravita' del pregiudizio a un diritto
TermineNon previstoPrevisto, dalla conoscenza del fatto
Tabella 2 — Le materie ricorrenti del reclamo
MateriaChe cosa si contesta
Spazio e condizioni materialiSuperficie disponibile, illuminazione, areazione, ore fuori cella
Assistenza sanitariaAccesso a cure, visite, continuita' terapeutica
Colloqui e contattiRiduzioni, dinieghi, corrispondenza trattenuta
Lavoro e trattamentoEsclusione da attivita' senza motivazione
TrasferimentiAllontanamento che incide sui contatti familiari
Sanzioni disciplinariPresupposti e procedura

Domande frequenti

Che differenza c'è fra un'istanza e un reclamo?

Una differenza di forza. L'istanza all'amministrazione è uno strumento utile ma privo di efficacia cogente: la risposta, quando arriva, non è vincolante. Il reclamo giurisdizionale si propone invece al magistrato di sorveglianza, si svolge in contraddittorio con l'amministrazione e si conclude con una decisione che deve essere eseguita. Presuppone però l'attualità e la gravità del pregiudizio a un diritto: non basta lamentare un disagio o una scelta organizzativa opinabile, occorre indicare quale diritto sia leso e in che modo.

Che cosa si può ottenere per condizioni detentive inumane?

Rimedi concreti, non simbolici. Quando la detenzione si svolge in condizioni contrarie agli standard che vietano trattamenti inumani o degradanti — con lo spazio disponibile come parametro più ricorrente, insieme a illuminazione, areazione, accesso ai servizi e ore trascorse fuori dalla cella — il rimedio può consistere in una riduzione della pena da espiare, proporzionata al periodo trascorso in quelle condizioni, oppure in un indennizzo economico quando la riduzione non sia possibile perché la detenzione è cessata o la pena residua è insufficiente.

Perché molti reclami vengono respinti?

Per due ragioni ricorrenti e prevenibili. La prima è che descrivono una situazione senza qualificarla: raccontano un disagio senza indicare quale diritto sia leso, in che modo e con quale attualità. La seconda è la prova: servono l'individuazione precisa dei periodi e degli istituti, la documentazione sullo spazio effettivamente disponibile, gli elementi sulle condizioni materiali. È attività che richiede accesso a dati in possesso dell'amministrazione, ed è il motivo per cui un reclamo redatto senza assistenza raramente regge anche quando la situazione sostanziale sarebbe fondata.

Che cosa deve fare un detenuto appena si verifica il problema?

Tre cose. Datare e documentare il fatto lesivo appena accade, perché ricostruirlo mesi dopo è quasi impossibile e la memoria non basta. Conservare copia delle istanze presentate e delle risposte ricevute, che dimostrano di aver percorso la via interna e collocano temporalmente la vicenda. Coinvolgere un difensore, perché il reclamo si svolge in contraddittorio con un'amministrazione che dispone di propri strumenti tecnici e di tutti i dati rilevanti. Attendere che la situazione si risolva da sé è la scelta che fa perdere sia il termine sia la prova.

Che cosa possono fare i familiari?

Molto più di quanto immaginino, e su un fronte specifico. Una parte rilevante delle lesioni riguarda i contatti — colloqui negati o ridotti, corrispondenza trattenuta, telefonate non autorizzate, trasferimenti che allontanano dalla famiglia — e sono precisamente quelle che il detenuto tende a non segnalare, per non creare problemi o per non apparire polemico. È quindi utile che i familiari sappiano che esiste uno strumento giurisdizionale, che usarlo è un diritto e non un atto ostile, e che possono attivare un difensore anche quando il detenuto esita a farlo.

Studio Legale Romano — Via Avicenna 97, 00146 Roma (RM)

+39 335 669 3954 · WhatsApp · Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Ultimo aggiornamento . Contenuto informativo, non sostituisce una consulenza sul caso concreto.