Rispondere alle domande dei carabinieri?

Se si debba rispondere alle domande dei carabinieri dipende dalla veste: la persona informata sui fatti ha l'obbligo di verita', l'indagato ha facolta' di non rispondere.

▶ Risposta diretta

Non sei obbligato a rispondere, ma il modo in cui non rispondi conta. Chi è indagato ha facoltà di non rispondere e nessuna conseguenza può derivarne. Chi è sentito come persona informata sui fatti ha invece l'obbligo di dire la verità.

La differenza non è teorica: dalla qualità in cui si viene sentiti dipendono obblighi opposti, e quella qualità può cambiare durante lo stesso colloquio.

La regola pratica è una sola: chiedere in quale veste si viene sentiti e, se emergono elementi a proprio carico, fermarsi e chiedere un difensore.

Avv. Massimo RomanoAvvocato penalista cassazionista

Ordine degli Avvocati di Napoli n. 14553 · Albo Speciale per il patrocinio in Cassazione dal 23 ottobre 2015 ·

In quale veste si viene sentiti?

Alla stessa domanda si risponde in modo diverso a seconda della posizione processuale, e quasi nessuno sa in quale si trova.

La persona informata sui fatti è un testimone in fase di indagine: ha l'obbligo di presentarsi e di dire la verità, e rendere dichiarazioni false o reticenti ha conseguenze penali. Non ha diritto all'assistenza di un difensore, proprio perché non è accusata di nulla.

La persona sottoposta a indagini ha invece la facoltà di non rispondere, e dal silenzio non può derivarle alcuna conseguenza sfavorevole. Ha diritto al difensore, che deve essere avvisato prima dell'atto.

Esiste poi una posizione intermedia, quella di chi è indagato in un procedimento connesso, con garanzie proprie che vanno verificate caso per caso.

Il punto critico è il passaggio: se una persona sentita come informata comincia a rendere dichiarazioni da cui emergono indizi a suo carico, l'atto deve essere interrotto e la persona avvertita della facoltà di farsi assistere. Le dichiarazioni rese oltre quel momento non sono utilizzabili contro di lei. È una garanzia importante che però funziona solo se qualcuno se ne accorge — ed è la ragione per cui, al primo dubbio, conviene fermarsi.

Che cosa fare in concreto?

Le situazioni sono due e vanno distinte, perché la condotta corretta è diversa.

Se ti presenti su convocazione, hai tempo: chiedi che sia specificata la veste in cui sei chiamato, e se c'è il minimo dubbio parla con un difensore prima di andare. Non è un gesto ostile né sospetto, è ordinaria prudenza — e nessuno può trarne argomento.

Se il contatto avviene sul momento — un controllo, una perquisizione, una domanda posta mentre stanno accadendo altre cose — la regola è più semplice: fornire le proprie generalità, che è dovuto, e per il resto chiedere di poter parlare con un avvocato. Non serve una formula: basta dirlo.

Ciò che non funziona è la via di mezzo, cioè rispondere «solo a qualche domanda» per apparire collaborativi. È il comportamento più diffuso e il più dannoso: si forniscono elementi senza conoscere il quadro, spesso su circostanze che chi ascolta sa essere rilevanti e chi parla no.

Il silenzio è un'ammissione?

È il timore che porta la maggior parte delle persone a parlare quando non dovrebbero, e va sciolto.

Nel nostro ordinamento la facoltà di non rispondere è piena e dal suo esercizio non può derivare alcuna conseguenza sfavorevole. Non è un indizio, non è un elemento di prova, non può essere valutato contro chi la esercita. Chi teme di «fare brutta figura» sta applicando una logica sociale a un contesto che segue regole diverse.

Va detto con altrettanta chiarezza che il silenzio non è sempre la scelta migliore: esistono situazioni in cui una spiegazione documentata, resa nel momento giusto e preparata con il difensore, chiude una vicenda che altrimenti si trascinerebbe. Ma è una scelta strategica, che presuppone di conoscere il contenuto degli atti.

La differenza è tutta qui: rispondere dopo aver visto il quadro può essere utile; rispondere prima, per rassicurare o per apparire collaborativi, è la decisione che più spesso peggiora una posizione difendibile.

Tabella 1 — Le vesti e i relativi obblighi
PosizioneObbligo di rispondereDifensore
Persona informata sui fattiSi, e con obbligo di verita'Non previsto
Persona sottoposta a indaginiNo, facolta' pienaDiritto, con avviso preventivo
Indagato in procedimento connessoGaranzie proprie da verificarePrevisto
Passaggio da informata a indagataL'atto va interrottoVa avvisata della facolta'
Tabella 2 — Che cosa fare secondo la situazione
SituazioneCondotta corretta
Convocazione formaleChiedere la veste e parlare con un difensore prima
Controllo o perquisizioneFornire le generalita' e chiedere un avvocato
Domande poste sul momentoNon ricostruire i fatti: rinviare
Emergono elementi a proprio caricoFermarsi e chiedere assistenza
Rispondere «solo a qualche domanda»Da evitare: e' la condotta piu' dannosa

Domande frequenti

Sono obbligato a rispondere ai carabinieri?

Dipende dalla veste in cui vieni sentito, ed è la prima cosa da chiedere. La persona informata sui fatti è un testimone in fase di indagine: ha l'obbligo di presentarsi e di dire la verità, e dichiarazioni false o reticenti hanno conseguenze penali. La persona sottoposta a indagini ha invece la facoltà di non rispondere, senza che dal silenzio possa derivare alcuna conseguenza, e ha diritto al difensore, che va avvisato prima dell'atto. Sono obblighi opposti, ed è per questo che chiedere in quale posizione ci si trova non è un dettaglio formale.

Se non rispondo sembro colpevole?

No, e questo timore è ciò che porta la maggior parte delle persone a parlare quando non dovrebbero. La facoltà di non rispondere è piena e dal suo esercizio non può derivare alcuna conseguenza sfavorevole: non è un indizio, non è un elemento di prova, non può essere valutato contro chi la esercita. Chi teme di fare brutta figura sta applicando una logica sociale a un contesto che segue regole diverse. Va però detto che il silenzio non è sempre la scelta migliore: è una scelta strategica, che presuppone di conoscere il contenuto degli atti.

Ero solo un testimone e ora sembro coinvolto: che succede?

È il passaggio, ed è il momento più delicato dell'intera materia. Se una persona sentita come informata sui fatti comincia a rendere dichiarazioni da cui emergono indizi a suo carico, l'atto deve essere interrotto e la persona avvertita della facoltà di farsi assistere da un difensore. Le dichiarazioni rese oltre quel momento non sono utilizzabili contro di lei. È una garanzia significativa, ma funziona soltanto se qualcuno si accorge che il passaggio è avvenuto: al primo dubbio conviene fermarsi da soli e chiedere assistenza.

Posso rispondere solo ad alcune domande?

Tecnicamente sì, ma è la condotta più dannosa fra quelle possibili ed è anche la più diffusa. Chi risponde «solo a qualche domanda» per apparire collaborativo fornisce elementi senza conoscere il quadro, spesso su circostanze che chi ascolta sa essere rilevanti e chi parla no. Il risultato tipico è consegnare informazioni che l'accusa non aveva, credendo di essersi limitati a chiarire. Le due condotte coerenti sono opposte: o si risponde dopo aver visto gli atti e con il difensore, oppure non si ricostruiscono i fatti affatto.

Che cosa devo fare se mi fermano per strada?

Fornire le proprie generalità, che è dovuto, e per il resto chiedere di poter parlare con un avvocato. Non serve una formula né una giustificazione: basta dirlo, e nessuno può trarne argomento. Ciò che va evitato è ricostruire i fatti sul momento, in una situazione in cui si è sotto pressione, non si conosce l'oggetto dell'attività in corso e non si sa quali circostanze siano rilevanti. Se invece si è stati convocati, c'è tempo: si chiede che sia specificata la veste e si parla con un difensore prima di presentarsi. È ordinaria prudenza, non un gesto ostile.

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